Simboli fraintesi: cosa c’è dietro la paura del “pagano”?
Nel lavoro clinico mi capita spesso di incontrare persone che, nel tentativo di riscoprire sé stesse, si scontrano con un muro invisibile fatto di pregiudizi e paure inconsce. Uno dei più ricorrenti è la paura del simbolico: l’idea che tutto ciò che non rientra nella nostra educazione religiosa o culturale possa essere “oscuro”, “pericoloso” o addirittura “diabolico” e ci troviamo davanti a una simbologia fraintesa che porta con sé importanti ripercussioni.
È interessante notare come, ancora oggi, il termine “pagano” venga istintivamente associato da molti a pratiche sataniche o a culti oscuri. In realtà, questo riflesso non nasce da un’esperienza personale diretta, ma da un costrutto culturale e storico che ha radici antiche, e che la psicologia ha il dovere di osservare e decostruire.
Perché temiamo ciò che non conosciamo?
Dal punto di vista psicologico, è naturale provare diffidenza verso ciò che non comprendiamo. La nostra mente tende a classificare gli stimoli in modo rapido: sicuro/pericoloso, familiare/estraneo. Ma cosa succede quando i criteri che utilizziamo per queste classificazioni non sono nostri, bensì appresi passivamente?
Il pregiudizio verso il paganesimo e la sua simbologia nasce non da un’analisi consapevole, ma da secoli di sovrascrizioni culturali. Se vediamo un cerchio, un tamburo o un falò e pensiamo subito a un rito occulto, non è perché sappiamo davvero cosa stiamo osservando, ma perché abbiamo appreso uno schema mentale.
Una riflessione personale
Tempo fa, durante un seminario in natura che ho guidato, qualcuno mi disse: “Sai che da fuori può sembrare un rituale satanico?”. Eppure quel momento era fatto di ascolto reciproco, rilassamento guidato con l’uso di tamburi a 4 battiti al secondo (che inducono onde cerebrali theta, utili per rilassamento, immaginazione creativa e lavoro interiore), condivisione emotiva e connessione con gli elementi naturali.
Niente simboli oscuri, nessuna evocazione, nessuna esaltazione dell’irrazionale. Solo una pratica collettiva di centratura e presenza.
L’origine della confusione: un problema culturale
Poche persone sanno che “pagano” deriva dal latino paganus, ovvero “abitante della campagna”. I pagani erano contadini, profondamente legati alla natura e ai suoi cicli. La loro spiritualità era fondata sulla connessione con gli elementi, sull’idea che tutto fosse interconnesso, e che esistesse un principio divino in ogni cosa.
Quando l’Impero Romano cercò di unificarsi sotto un’unica fede, Costantino – imperatore di origini pagane – scelse il cristianesimo per motivi strategici e politici. Per rendere questa transizione più efficace, promosse un’opera di demonizzazione sistematica dei simboli pagani, che furono reinterpretati come simboli del male. L’obiettivo? Cancellare l’antico immaginario per sostituirlo con uno nuovo, più controllabile e centralizzato.
Simboli trasformati: esempi concreti
Questa operazione culturale, che potremmo definire una delle più grandi campagne di “rebranding simbolico” della storia, ha lasciato un segno profondo nella nostra psiche collettiva. Alcuni esempi:
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Il cappello a punta delle erboriste, donne esperte in rimedi naturali, è diventato l’iconico cappello delle “streghe”. Il prezzo? Tra i 5 e gli 8 milioni di donne giustiziate in Europa nei secoli della caccia alle streghe. Molte di loro erano semplicemente guaritrici, levatrici o donne sapienti.
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Il tridente di Nettuno, simbolo della triplice natura della realtà (nascita, vita, morte; corpo, mente, spirito), è stato trasformato nel forcone del Diavolo.
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Il pentacolo, rappresentazione della Dea Venere e dei cinque elementi, è stato ridotto a emblema “satanico”, oscurando il principio femminile sacro che portava con sé.
Tutti questi simboli sono stati strappati dal loro contesto originario e rivestiti di significati negativi, distorcendo la loro funzione psichica e culturale.
La perdita del legame con la Natura
Un altro passaggio cruciale avviene con l’introduzione del calendario gregoriano, che sostituisce i cicli lunari e solari con un tempo lineare, centrato sulla nascita di Cristo. L’essere umano smette di essere parte dei cicli naturali e inizia a vivere in un tempo scandito da date, festività e ritmi sociali imposti.
Da psicologa, vedo gli effetti di questa scissione tra essere umano e natura ogni giorno: senso di alienazione, mancanza di radicamento, difficoltà nel regolare i ritmi fisiologici e psichici, disconnessione da sé stessi. È anche per questo che nei percorsi di consapevolezza che propongo recupero spesso elementi legati alla natura, al corpo e al simbolico, in chiave psicoterapeutica.
Quando la spiritualità diventa strumento di controllo
La storia ci insegna che molte culture spirituali connesse alla terra sono state distrutte in nome di un unico “giusto modo di credere”. Dalle donne arse vive in Europa, ai nativi americani massacrati dopo la “scoperta” delle Americhe, ai popoli precolombiani come i Maya: tutte le culture che vedevano il divino nella natura sono state accusate di eresia o satanismo e annientate con ogni mezzo.
Il risultato è una psiche collettiva ferita, che oggi guarda con sospetto tutto ciò che non rientra nei canoni della religione dominante o del pensiero razionalista, ma che può in realtà offrire strumenti preziosi per la crescita, il benessere e la conoscenza di sé.
Conclusione
L’obiettivo di questo articolo non è fare revisionismo né attaccare nessuna religione. È invece invitare alla riflessione critica, a sviluppare consapevolezza simbolica e a riconoscere quante credenze radicate derivino non da un’analisi personale ma da una lunga tradizione di manipolazione culturale.
Credo nel valore del simbolo come strumento di trasformazione. Credo nella possibilità di ritrovare significato attraverso una lettura integrata: storica, culturale, psicologica e spirituale. E credo che guarire le nostre paure passi anche dal restituire dignità ai simboli fraintesi, ai linguaggi antichi, ai gesti semplici che ci riconnettono con ciò che siamo sempre stati: parte di un Tutto.



