Artisti e performer

Trasformare l’emozione in presenza, la presenza in espressione

La dimensione psicologica della performance

L’arte performativa non è solo ciò che si vede sul palco, è ciò che una persona riesce a sostenere mentre è vista.

Ogni artista che si espone, attore, cantante, musicista, performer, oratore, porta in scena molto più di una tecnica o di un personaggio: porta il proprio sistema nervoso, la propria storia emotiva, le proprie difese, le proprie ferite e le proprie risorse.

Il pubblico vede il gesto, la voce, l’interpretazione ma ciò che rende un’espressione viva, credibile e potente nasce molto prima: nel modo in cui quella persona riesce a stare dentro ciò che sente mentre viene guardata. Quando questo spazio interno è fragile o sovraccarico, anche il talento più grande può diventare fatica, blocco, rigidità o dispersione, quando invece è sostenuto, l’espressione si libera, si stabilizza e acquista verità.

Il lavoro che propongo agli artisti e ai performer non riguarda la performance in sé, ma la condizione psicologica che la rende possibile. Qui non si impara cosa fare sul palco, si impara a reggere se stessi mentre si è sul palco.

Chi lavora con la scena utilizza se stesso come strumento.
Il corpo, la voce, le emozioni e l’immaginazione non sono mezzi esterni, ma materia viva, sensibile e profondamente intrecciata alla storia personale di chi crea.

Le scuole di teatro e di arti performative svolgono un lavoro fondamentale: insegnano tecnica, linguaggio, metodo, disciplina, costruzione del personaggio e della scena. Preparano l’artista a fare.

Il mio lavoro, come psicologa e mental coach esperta nella gestione delle emozioni, si colloca in un livello diverso e complementare: riguarda l’essere di chi crea.

Non insegno a recitare, a cantare o a interpretare.
Non lavoro sulla tecnica, sulla regia o sulla costruzione del personaggio.
Lavoro su ciò che, dall’interno, permette o impedisce all’artista di essere davvero presente quando è visto, ascoltato e giudicato.

Ogni artista lavora infatti su due livelli inseparabili: uno visibile, fatto di gesto, voce, movimento, parola, immagine e uno invisibile, fatto di emozioni, attivazione del corpo, paura, desiderio, memoria e identità.

Quando questi due livelli non sono in dialogo, la scena può diventare un luogo di tensione, di sforzo o di disconnessione.
Si può essere tecnicamente preparati e apparire competenti, ma sentirsi internamente in allarme, vuoti o fuori asse.

Molti artisti possiedono una grande intensità emotiva, una sensibilità profonda e una forte capacità di immedesimazione. Sono qualità che rendono potente l’espressività, ma che spesso si accompagnano anche a una maggiore vulnerabilità: paura del giudizio, vergogna, blocchi corporei, insicurezza, ipercontrollo, oscillazioni dell’autostima, difficoltà a sentirsi legittimati.

Quando il sistema nervoso vive l’esposizione come una minaccia, il corpo si irrigidisce, le emozioni vengono trattenute o esplodono e la mente cerca di proteggersi. In queste condizioni, anche l’espressione più raffinata perde fluidità, profondità e verità.

È qui che entra in gioco la psicologia.

Nel lavoro con artisti e performer intervengo su questi livelli interni, non sull’atto artistico in sé.
Creo uno spazio in cui l’artista possa sentire senza essere travolto, esprimere senza doversi difendere e abitare la scena senza perdersi.

Quando l’arte incontra la psiche, la performance smette di essere solo una prestazione e diventa un atto incarnato, sostenuto dall’interno.
Non si tratta di scavare per soffrire di più, ma di creare abbastanza sicurezza interiore perché l’emozione possa muoversi senza bloccare l’espressione.

Il mio obiettivo è aiutare l’artista a diventare uno strumento più abitabile per se stesso: più presente, più radicato, più capace di stare in scena senza perdersi.

Questo lavoro non sostituisce la formazione artistica, la rende sostenibile nel tempo.

Come lavoro con artisti e performer

Il lavoro che svolgo con artisti e performer è un lavoro psicologico a orientamento esperienziale e simbolico.
Non si limita al colloquio verbale, perché la creatività, le emozioni e le difese non vivono solo nelle parole: vivono nel corpo, nelle immagini, nel gesto e nella relazione.

Il cambiamento reale avviene quando vengono coinvolti insieme sia la mente razionale sia quella creativa.
Il linguaggio, l’analisi e la spiegazione attivano prevalentemente l’emisfero sinistro del cervello, che è deputato alla logica, alla sequenza, al controllo e alla formulazione verbale.
Ma le emozioni, la memoria implicita, il corpo e l’immaginazione risiedono in larga parte nell’emisfero destro, che comunica attraverso immagini, sensazioni, ritmo, movimento e percezione globale.

Quando lavoriamo solo con le parole,  parliamo soprattutto alla parte della mente che spiega e controlla ma ciò che blocca la creatività, paura, vergogna, ipercontrollo, dissociazione, perdita di contatto, è spesso organizzato a un livello più profondo, che non risponde direttamente al ragionamento.

Per questo molti blocchi espressivi non sono pienamente accessibili attraverso la spiegazione razionale e si manifestano come tensione muscolare, vuoto emotivo, rigidità, paura improvvisa, perdita di presenza o bisogno di controllo e richiedono un linguaggio che possa raggiungere il corpo e l’esperienza, non solo il pensiero.

Per questo utilizzo strumenti che parlano direttamente alla parte profonda della psiche: mediatori simbolici, lavoro corporeo, immagini, ritmo e presenza.
Questi strumenti permettono di creare un ponte tra emisfero destro ed emisfero sinistro, tra esperienza e comprensione, affinché ciò che viene sentito possa essere integrato e trasformato senza essere forzato.

Nel lavoro utilizzo, in modo clinicamente strutturato: mediatori simbolici (sandtray, carte proiettive, oggetti di scena), maschere fisiche come strumenti di esplorazione delle parti interiori, lavoro corporeo e somatico, pratiche di consapevolezza, ritmo e presenza. 

Le maschere e gli oggetti non servono a “recitare”, servono a rendere visibili ruoli interiori, assetti emotivi e modalità relazionali che spesso agiscono fuori dalla consapevolezza.

Una maschera, come un personaggio, permette alla persona di esprimere parti di sé senza esserne travolta.
L’oggetto simbolico crea una distanza sicura che rende possibile sentire senza difendersi.

Il corpo è sempre al centro del lavoro,è  nel corpo che si organizzano la paura, il controllo, la vergogna e l’impulso creativo.
Attraverso esercizi di ascolto somatico, movimento, respirazione, Qi Gong e visualizzazioni guidate, lavoriamo per sciogliere ciò che trattiene e restituire fluidità all’espressione.

Il percorso procede per fasi:
prima portiamo alla luce ciò che agisce nell’ombra,
poi creiamo una relazione più sicura con queste parti,
infine  lavoriamo sull’abitare la scena, reale o simbolica, con più presenza, intenzione e libertà.

Nei percorsi più avanzati, questo si estende al lavoro sul personaggio, non come maschera rigida, ma come forma viva, coerente e incarnata, che può dialogare con l’identità profonda dell’artista senza consumarla.

Ambiti di lavoro ed esperienza

Lavoro da oltre vent’anni con attori, performer, cantanti, musicisti, sportivi e manager, accompagnandoli a riconnettersi con parti profonde di sé e a sviluppare una relazione più consapevole con le proprie emozioni nei contesti di esposizione.

Il mio lavoro si è sviluppato anche in ambiti mediatici e internazionali. Ho partecipato in qualità di coach dei concorrenti a una produzione internazionale di Amazon Prime Video girata in Sud Africa, dove ho lavorato con i partecipanti sul contatto con sé stessi, sull’ascolto emotivo e sulla presenza, accompagnandoli lungo il loro percorso esperienziale.

Ho maturato esperienza anche in contesti complessi come quello carcerario, dove il riconoscimento e l’integrazione delle emozioni rappresentano un passaggio fondamentale. Il mio percorso include inoltre il confronto e lo studio con leader nativi americani e un lavoro di integrazione tra basi antropologiche, dimensione simbolica e psicologia contemporanea.

Da questo intreccio di esperienze è nato un metodo personale che unisce lavoro psicologico, corpo, creatività e simbolo, sperimentato nel tempo su centinaia di persone, sia in studio che in contesti esperienziali nella natura.

Il gruppo di ragazzi che ho seguito come coach in Sudafrica per Amazon Prime Video

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